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Scuola quanto mi costi ma…. quanto ti scarico???

Sul fatto che la spese per la frequenza dei corsi scolastici sia una voce del bilancio familiare non indifferente credo che siamo tutti d’accordo.

Dalla dichiarazione che si presenterà quest’anno però ci sono delle novità. Con il decreto 107/2015 (quello della “Buona scuola”) e con la legge di stabilità per il 2016 sono stati introdotti dei cambiamenti in ambito degli oneri detraibili riferiti proprio all’istruzione. Negli anni passati era possibile “scaricare” dall’irpef soltanto il 19% delle spese per la frequenza dei corsi universitari (o ad essi equiparabili) degli istituti statali. Venivano quindi esclusi gli istituti non statali, le spese per la scuola d’infanzia, primaria e secondaria. Vediamo cosa è cambiato.

UNIVERSITA’

Oltre alle spese per la frequenza dei corsi universitari statali, il rinnovato art. 15 del Tuir comma 1 lettera e) ammette in detrazione anche il 19% della spese sostenuta per gli istituti non statali, entro determinati limiti fissati con decreto del Ministero dell’Istruzione entro il 31 dicembre di ciascun anno. Ad oggi il decreto non è stato ancora emanato. Si dovrà ancora attendere per sapere qual è il limite di spesa ammissibile per le università private.

Dato che la disposizione in esame si applica a partire dall’anno d’imposta 2015 sarà possibile portare in detrazione:

  • l’intera spesa sostenuta nell’anno 2015 per la frequenza di università statali;
  • per le università non statali la spesa detraibile sarà determinata in misura non superiore a quella stabilità annualmente da ciascuna facoltà con specifico decreto che per l’anno 2015 doveva essere emanato entro il 31gennaio 2016.

SCUOLA DELL’INFANZIA, PRIMARIA E SECONDARIA

Allo stesso art. 15 del Tuir è stata aggiunta la lettera e bis) che prevede la possibilità di detrazione per le spese di istruzione sostenute per la frequenza:

  • di scuole dell’infanzia (scuola materna),
  • del primo ciclo di istruzione (elementari e medie)
  • della scuola secondaria di secondo grado (superiori)

del sistema nazionale di istruzione di cui all’art. 1 della Legge n. 60/2000, nel limite di euro 400 per alunno o studente.

Tale contributo non va confuso con quello inserito alla lettera i- octies) dello stesso articolo che prevede la detrazione senza limite di importo per le erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado, statali e paritari senza scopo di lucro appartenenti al sistema nazionale di istruzione di cui alla Legge n. 62/2000 e in favore delle istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica e delle università, finalizzate all’innovazione tecnologica, all’edilizia scolastica e universitaria e all’ampliamento dell’offerta formativa.

L’Agenzia delle Entrate, intervenuta sulla questione con la Circolare 3/e 2016, e il Miur hanno definito che i contributi volontari identificati come erogazione liberali per l’ampliamento dell’offerta formativa, innovazione tecnologica e edilizia scolastica rientrano nella lettera i- octies), restando quindi fuori dalla nuova detrazione.

Sottostanno invece al tetto dei 400 euro (la nuova detrazione) le spese sostenute per:

  • le tasse scolastiche
  • i contributi obbligatori
  • i contributi volontari e le altre erogazioni liberali (diversi dai precedenti)
  • la mensa scolastica

purché deliberati dagli stessi istituti scolastici. Rimangono comunque escluse le spese per materiale di cancelleria e dei libri scolastici.

Ma come posso dimostrare il sostenimento della spesa?

Mentre per le erogazioni liberali della lettera i-octies) la normativa prevede che siano ammissibili solo se sostenute mediante il pagamento per banca o posta, nulla si è detto sulle spese rientranti nel tetto delle 400 euro, quindi anche per la mensa.

E’ noto infatti che le modalità di quest’ultima sono svariate a seconda di come è organizzata la scuola (on-line, tabaccaio, banca..). In assenza della norma è opportuno ritenere che la spese sia ammessa in detrazione a patto che dalla documentazione si possa evincere:

  • i dati relativi a chi ha sostenuto la spesa;
  • i dati relativi all’allievo/studente;
  • la causale del pagamento;
  • l’importo pagato e la data.

A parere di chi scrive 400 euro non sono molti, visto che la stessa mensa scolastica in alcuni casi potrebbe assorbire tutto il planfond. Se consideriamo poi che a questi 400 euro dobbiamo calcolare il 19% porteremmo in diminuzione delle tasse pagate solo 76 euro che irrisori in confronto a quello che oggi una famiglia sostiene per l’istruzione dei propri figli. Il più grande maltorto di questa novità è forse la mancata possibilità di includere nelle spese detraibili il costo dei libri scolastici essendo obbligatori e non proprio economici. Guardiamo però il lato positivo un piccolo passo avanti è stato fatto, magari nella prossima stabilità qualcos’altro cambierà.

Imu, tasi e comodato d’uso gratuito a figli e genitori

La legge di stabilità come sempre porta una ventata di novità in ambito di immobili e delle relative tasse.  Anche quella per il 2016 non è stata da meno introducendo con il comma 10 una riduzione del 50% della base imponibile su cui calcolare IMU  e TASI per  unità abitative concesse in comodato gratuito in uso ai parenti in linea retta di primo grado, ossia a genitori e figli.

Quali sono i requisiti per godere di questa riduzione?

  • il contratto di comodato deve essere registrato presso l’Agenzia delle Entrate
  • l’unità in questione non deve essere ” di lusso” quindi individuata come A1 A8 A9
  • il comodatario deve adibirla ad abitazione principale
  • il comodante possieda un solo immobile in Italia e risieda anagraficamente nonché dimori abitualmente nello stesso comune in cui è situato l’immobile concesso in comodato, oppure sia proprietario di un altro immobile non di lusso ed adibito a propria abitazione principale nello stesso comune dove è ubicato quello dato in comodato.
Se si posseggono i requisiti quali valutazioni devono essere fatte?
Registrare un contratto presso l’Agenzia delle Entrate comporta il pagamento dell’imposta di bollo in misura fissa pari ad € 200,00 oltre all’apposizione di una marca da bollo da € 16,00  ogni 4 pagine o 100 righe in entrambe le copie che devono essere registrate. Questo costo potrebbe, il primo anno, annullare il beneficio della riduzione della base imponibile. Inoltre si deve sempre tener presente la variabilità con cui possono cambiare le aliquote negli anni a secondo delle esigenze finanziarie dei comuni.
Facciamo un esempio.
Tizio possiede due immobili nel comune di Acquaviva Picena. Uno adibito a propria abitazione principale, l’altro lo ha concesso gratuitamente al figlio senza registrare il contratto. Supponiamo che la rendita catastale dell’abitazione data al figlio si di € 250,00. Per semplicità espositiva ipotizziamo il solo calcolo dell’IMU.
Nel 2015 ha pagato: IMU  ((250 x 1.05) x 160) x 0.85%= € 357
Nel 2016 se registra il contratto pagherà  IMU ((250 x 1.05) x 160) x 50% x 0.85% = €178,50
Dovrà però sostenere le spese di registrazione pari a € 200 di imposta di registro più almeno € 32,00 di marche da bollo. Ecco che il costo per il 2016 sarà pari a
178,50+ 200+32= 410,50 contro i 357 dell’anno prima.
Dal 2017 ipotizzando che non ci siano variazioni nelle aliquote e nelle metodologie di calcolo ci sarà un risparmio di imposta di € 178,50.
Va  notato però che se l’immobile avesse avuto una rendita più alta si riscontrerebbe un risparmio già dal primo anno.
Ipotizziamo che l’immobile abbia una rendita di € 500. L’imu pagata senza sconto sarebbe paria a € 714. Con lo sconto € 357 e aggiungendo i costi di registrazione si arriverebbe a € 589.
Quindi si capisce immediatamente che in caso di rendita bassa va valutata la convenienza ad aderire a questo “sconto”
Per quanto riguarda la TASI, invece, la stessa legge di stabilità ha abolito l’imposta per le abitazioni principali quindi nel nostro caso il comodante (figlio) nulla dovrà a tal proposito, mentre il genitore dovrà versare l’imposta considerando l’immobile come seconda casa e pagandolo secondo le percentuali di ripartizione tra inquilino e locatore previste dai comuni o in mancanza dalla normativa nazionale.
Per quanto tempo dura?
La norma entra a regime nel 2016 e perdura per tutta la durata del contratto, salvo cambiamenti normativi. Per il primo anno si deve tenere in considerazione la data di stipula e di registrazione per verificare se il beneficio possa essere ottenuto per i dodici mesi o per una frazione di essi.  Le norme sulle registrazione dei contratti impongono la loro registrazione entro 20 giorni dalla data di stipula e per far si che il mese venga considerato “pieno” deve decorrere entro i primi 15 giorni. Cosi ad esempio se il contratto viene stipulato il 01 marzo con decorrenza 14 marzo dovrà essere registrato entro il 21 marzo e si godrà del beneficio da marzo a dicembre. Se invece il contratto si stipula il 13 marzo con decorrenza 21 marzo esso dovrà essere registrato entro il 2 aprile e il beneficio decorrerà da aprile a dicembre.
Le tabelle riassuntive che seguono vogliono essere d’ausilio per capire in quale casi si ricade nello sconto o come si devono calcolare i tempi di registrazione.

comodatoschema comodato